Giuseppe, prima del Santo

San Giuseppe da Copertino, l’uomo che ho incontrato più volte tra teatro, cinema e memoria

RIFLESSIONI

Ivan Raganato

9/18/20265 min read

Il rischio, a Copertino, è di conoscere San Giuseppe troppo bene.

Il suo nome sta sulle insegne, nelle preghiere, nei giorni di settembre, nelle luminarie, nella processione, nei racconti dei nonni. Fa parte della città al punto che quasi non ci si accorge più di lui.

E quando una figura appartiene così profondamente a un luogo può accadere una cosa strana: resta il Santo e si perde l’uomo.

A me, invece, interessa Giuseppe.

Giuseppe Maria Desa nasce a Copertino il 17 giugno 1603. Nasce povero davvero, non per modo di dire. Il padre Felice era finito in rovina dopo essersi fatto garante del debito di un’altra persona; la famiglia aveva perso quasi tutto. Giuseppe viene al mondo in una stalla. La madre, Franceschina Panaca, è una donna severa, concreta, abituata a fare i conti con una vita che non concede sconti.

Da bambino prova ad andare a scuola, ma una grave malattia lo tiene lontano dagli studi per anni. Quando finalmente può ricominciare, recuperare è difficilissimo. Leggere, studiare, ricordare: niente gli viene facile.

E questa, per me, è già una parte straordinaria della sua storia.

Perché Giuseppe non nasce predestinato agli occhi degli altri. Non è il bambino prodigio. Non è quello che tutti indicano dicendo: «Questo farà strada».

Tutt’altro.

Lo giudicano distratto, lento, inadatto. Più avanti arriverà perfino a chiamarsi da solo “Fratel Asino”. Tenta la vita religiosa e viene respinto più volte. La sua scarsa istruzione pesa. Anche le estasi che cominciano a manifestarsi lo rendono, agli occhi degli altri, poco adatto alla vita di una comunità.

E lui torna.

Insiste.

Chiede ancora.

Alla Grottella finalmente trova chi non lo considera soltanto per quello che non sa fare. I frati lo accolgono e lo aiutano a studiare.

Immagino quel ragazzo sui libri, con la fatica di chi deve conquistarsi una riga alla volta. Questa immagine mi interessa molto più di tante oleografie del Santo sospeso nell’aria.

Prima di imparare a volare, Giuseppe ha dovuto imparare a restare.

Arriva all’esame per il diaconato conoscendo bene soprattutto un brano del Vangelo. Gli viene chiesto proprio quello. In seguito, all’esame per il sacerdozio, il vescovo interroga alcuni candidati, li trova preparati e decide di ammettere anche gli altri senza interrogarli uno per uno.

Il 28 marzo 1628 Giuseppe viene ordinato sacerdote proprio a Poggiardo.

Quel legame con Poggiardo, secoli dopo, sarebbe tornato anche nella mia storia e in quella dei miei giovanissimi allievi.

Forse è anche per questo che gli studenti hanno scelto proprio lui come protettore. Non protegge lo studente perché fu il primo della classe. Lo protegge perché conosceva la paura di non farcela.

Conosceva il foglio che sembra troppo difficile, la memoria che non aiuta, l’esame che incombe, il sentirsi meno preparati degli altri.

Poi arrivano i voli.

Le estasi. Le levitazioni. La gente accorre. La fama cresce.

Ed è qui che la storia di Giuseppe diventa ancora più singolare, perché quello che agli occhi dei fedeli appare come un dono diventa anche la sua condanna terrena.

L’Inquisizione vuole capire. Viene interrogato. La sua presenza ormai richiama troppa gente. Cominciano i trasferimenti, l’isolamento, gli anni lontano dalla sua terra: Assisi, Pietrarubbia, Fossombrone, infine Osimo.

Pensate alla contraddizione.

L’uomo passato per incapace diventa così conosciuto da dover essere nascosto.

Quello che faticava a trovare un posto viene spostato continuamente proprio perché ormai tutti lo cercano.

E il “Boccaperta”, il distratto, il semplice, finisce per parlare con religiosi, studiosi, uomini potenti. Non cambia però la sostanza dell’uomo. Continua a lavorare, pregare, servire, riconoscere i propri limiti.

Muore a Osimo il 18 settembre 1663, a sessant’anni. Verrà beatificato nel 1753 da Benedetto XIV e proclamato Santo il 16 luglio 1767 da Clemente XIII.

Il 18 settembre la Chiesa celebra la sua memoria.

Io Giuseppe l’ho incontrato parecchie volte anche facendo il mio mestiere.

Nel 2003 presi parte a Joseph, Ala Dei, oratorio sacro composto da Luigi De Luca e dedicato a San Giuseppe da Copertino in occasione del quarto centenario della nascita. Un titolo rimasto nella mia storia professionale e che oggi, dopo tanti anni, guardo in maniera diversa.

Poi arrivò il lungometraggio Giuseppe Desa di Antonio Tarsi mi riportò ancora dentro quella vita, questa volta attraverso la macchina da presa. Un altro modo di avvicinarsi a Giuseppe, di cercare l’uomo dietro l’immagine tramandata del Santo.

E poi ci furono i bambini.

Ed è forse il ricordo che oggi mi fa più tenerezza.

Con Scena Muta lavorai sulla figura di San Giuseppe insieme ai miei allievi. Erano piccoli, piccoli davvero.

Una delle tappe fu proprio Poggiardo.

Rivedere oggi quel lavoro su YouTube significa guardare due storie contemporaneamente: quella di Giuseppe e quella di quei bambini che provavano a raccontarlo con i loro corpi, le loro voci, con quella serietà quasi disarmante che hanno i bambini quando affidi loro qualcosa di molto più grande di loro.

https://youtu.be/W69Qpjx4374?si=l3R_ahV4yqhkqfJU

E Poggiardo non era un luogo qualunque.

Era il luogo dell’ordinazione sacerdotale di Giuseppe.

A distanza di secoli, altri ragazzi arrivavano lì per raccontarlo.

Sono coincidenze che acquisti soltanto dopo, quando metti in fila gli anni e ti accorgi che alcune figure sono tornate più volte nel tuo percorso senza che tu le abbia cercate davvero.

Giuseppe, per me, è una di queste.

Forse perché per chi è nato qui è difficile considerarlo soltanto una figura religiosa.

Giuseppe appartiene anche alla lingua di Copertino, alle sue pietre, alla Grottella, alle campane, a settembre, a quel modo tutto nostro di dire semplicemente “San Giseppu” sapendo già di chi stiamo parlando.

Ma io vorrei che, almeno per un momento, togliessimo l’aureola.

Resta un ragazzo povero. Uno che a scuola faceva fatica. Uno rifiutato. Uno preso poco sul serio. Uno che deve bussare più di una volta alla stessa porta. Uno che conosce l’umiliazione di sentirsi inadatto e continua ugualmente a cercare il proprio posto.

Poi l’aureola possiamo rimettergliela.

Anzi, forse a quel punto pesa di più.

Perché il Santo dei voli, prima di alzarsi da terra, era stato Giuseppe Desa da Copertino.

E di terra ne aveva mangiata parecchia.

Ed è forse proprio qui che la sua storia smette di appartenere soltanto ai credenti.

Perché San Giuseppe può ricordarci quanto sia facile giudicare una persona nel momento in cui è più fragile, impacciata, lenta, diversa, meno pronta degli altri. Quanto sia facile decidere che “non ce la farà”, che “non è capace”, che “non è adatta”.

Giuseppe, invece, ci costringe a guardare meglio.

Dietro una difficoltà può esserci un talento che non ha ancora trovato il modo di mostrarsi. Dietro un silenzio, una paura. Dietro un fallimento, una strada che deve ancora aprirsi.

Forse il miracolo più urgente, oggi, non è vedere qualcuno sollevarsi da terra.

È imparare a non schiacciare chi fa più fatica a rialzarsi.

Guardare il prossimo con più attenzione, soprattutto quando inciampa. Dargli tempo. Non umiliarlo. Non archiviarlo troppo in fretta.

Perché nessuno di noi può sapere fin dove arriverà una persona che oggi vediamo soltanto in difficoltà.

Qualche volta basta una mano tesa, una possibilità in più, uno sguardo diverso.

Giuseppe, prima di volare, ebbe bisogno proprio di questo.